Inpiù storia e ricerca 06.04.2013

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Inpiù storia e ricerca 06.04.2013
la Voce
del popolo
LIMES
la Voce
del popolo
LIBURNICO:
LE PIETRE
DELLA NOSTRA
MEMORIA
storia
www.edit.hr/lavoce
Anno 9 • n. 72
Sabato, 6 aprile 2013
CONVEGNI
RECENSIONE
ANNIVERSARI
PILLOLE
INTERVISTA
Riflessioni sulle terre
giuliano-dalmate
Una radio e la «guerra
fredda adriatica»
Il sogno dell’angelo
dal «paradiso nero»
«Streghe della notte»
per fermare i nazisti
Passione travolgente
per l’archeologia
Da Brescia un chiaro segnale
della volontà di comprendere
ciò che accadde in questa regione
Il libro di Roberto Spazzali è un
esempio di ricerca di «serie A»
sulle nostre vicende di metà ’900
Il 4 aprile di 45 anni fa veniva
assassinato Martin Luther King,
attivista e Nobel per la pace
Estate ’42, pianura del Don: la
straordinaria, eroica epopea di
un gruppo di aviatrici russe
“Scienza, quindi democrazia”:
un’analisi del suo ruolo
culturale e sociale
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storia&ricerca
sabato, 6 aprile 2013
CONTRIBUTI
di Ivan Pavlov
RIFLESSIONI
la Voce
del popolo
di Italo Dapiran
LIBERI TERRITORI
E TERRITORIO LIBERO
T
rieste è, per cause storiche, una città
peculiare. Ogni via è intrisa di odori,
sapori e suoni che non rispecchiano
l’omologazione delle altre città italiane.
Questa sua diversità, che deriva non solo
dall’essere stata porto franco ed essere città
di confine, la porta a essere oggetto di un
miscuglio di emozioni ben polarizzate:
c’è chi la ama, e chi non la sopporta. La
montaliana “divina indifferenza”, invece,
è messa in risalto dalla perdita di autonomia e, specialmente, autodeterminazione.
Quando, nel 1919, il Trattato di Pace si firmava a Versailles, la Camera di Commercio
di Trieste chiedeva un referendum per
costituire uno stato fra Trieste e l’Istria.
Non fu ascoltata, perché gli interessi nazionali romantici prevalsero sullo spirito
pragmatico e razionale dei mercanti. Una
guerra mondiale dopo, la versione ridotta
di questo sogno infranto si apre come uno
spiraglio di speranza nelle tenebre del dopoguerra: la 16.esima Risoluzione delle
Nazioni Unite del 10 gennaio ’47 istituisce
il Territorio Libero di Trieste. A capo un
fantomatico Governatore, la cui elezione
spettava alle Nazioni Unite. Fino all’elezione del Governatore, il TLT viene diviso
in una zona amministrata dagli angloamericani e una zona amministrata dagli
jugoslavi.
5 ottobre 1954, Memorandum di Londra:
gli anglo-americani lasciano Trieste,
ovvero l’amministrazione di essa, agli
italiani. Ma la situazione, in linea di massima, non cambia: il TLT esiste ancora, e
l’amministrazione delle due zone rimane
temporanea. Fino al famigerato Trattato
di Osimo del 10 novembre ’75. Italia e
Jugoslavia si spartiscono il TLT con un
trattato bilaterale, prendendosi le due
fette di territorio e le due fette di popola-
|| La divisione
in “zone”
del territorio
zione. Un’altra nazione nell’infinita storia
di microstati europei cessa di esistere con
l’estensione della sovranità dei due stati
coinvolti su di essa. Pare finita qui, finché la crisi economica non comincia a
divampare come un cavallo imbizzarrito:
il vecchio spirito europeo si riaccende nelle
zone autonomiste, indipendentiste o addirittura pericolose.
La vecchia Trieste che tutti davano per sepolta fra le macerie dell’Austria-Ungheria
e memore solo di antiche glorie inafferrabili si muove. Proprio come la grande
proletaria di Pascoli. Un gruppo di giovani e vecchi, di lavoratori e disoccupati,
di triestini di ogni genere si riversa nel
Movimento Trieste Libera. Casus belli
la scoperta, per così dire casuale, di un
cavillo quasi superficiale: il TLT, creato
dalle Nazioni Unite, con uno Statuto permanente e diritti garantiti, pare, con il
Trattato di Osimo, essere stato invaso da
forze militari aggressive. Le mani tremano
allo scrivere queste parole, conscie del fatto
che esse sono scomode, quasi illeggibili agli
occhi di molti.
Il Movimento Trieste Libera è a conoscienza
di questo guaio, riconosciuto anche dalle
Nazioni Unite, che non hanno mai ratificato il Trattato di Osimo, il cui testo, tra
l’altro, deposto unilateralmente dall’Italia
presso il Segretariato dell’ONU ben dieci
anni dopo la sua entrata in vigore nel
1977. Mai ratificato perché così facendo si
dovrebbe modificare il Trattato di Pace del
1947 e la Risoluzione n. 16, che instaura il
Territorio Libero stesso.
Rivendicando il “diritto a vivere in una
condizione di benessere individuale e collettivo”, tenendo conto che il Territorio
Libero è “multiculturale, multilingue e
intimamente mitteleuropeo”, il popolo si
riprende in mano le redini delle proprie
sorti, tagliando la testa alle moire che lo
castigavano. Con una sincronica presa di
posizione sia sul Porto Libero internazionale, che sul suo inseparabile entroterra, la
popolazione di Trieste vuole smettere di essere serva/schiava e decidere per sé stessa.
Non è, questa, un’insurrezione, una rivoluzione, una rivolta. I cittadini chiedono solo
che si finalizzi quanto già formalmente in
atto. La legalità c’è già, manca l’instaurazione di fatto e la costruzione del diritto. Il
primo passo? Coinvolgere la popolazione,
informare, e soprattutto, fare pressione
sull’ONU perché elegga un Governatore.
La fiaba che vi racconto è lunga, travagliata, e non ha ancora un lieto fine, per
nessuna delle parti. Vi esorto a prenderne,
se non altro, atto e conoscienza, perché
nell’era dell’informazione non informarsi
è peccato. Questo articolo non vuole solo
fare notizia. Non è solo reportage di un avvenimento. È la dichiarazione di esistenza
di un pensiero che ancora non è stato
spezzato: il desiderio di ripensare, di ricredere, di rivedere, di rifare. Il Movimento
e il Territorio domani potranno far parte
del passato e aggiungersi alle migliaia di
movimenti simili che, fra vespri siciliani e
comune di Parigi, sono oggetto di studio
storico. Ciò che non morirà, si spera, è la
volontà di essere liberi che ancora impregna le genti d’Europa, il non voler essere
succubi, il non voler né piegarsi né spezzarsi, ma semplicemente vivere in armonia
con sé e gli altri. Gli echi della democrazia
voluta dai nostri antenati nel corso dei secoli non si sono estinti, ma ora sempre più
e più che mai rimbombano fra le doline
del Carso: ascoltare o ficcarsi le dita nelle
orecchie? Non è una decisione semplice.
N
ella suggestiva cornice del Salone
Vanvitelliano di Palazzo Loggia,
prestigioso edificio rinascimentale a
pianta rettangolare, espressione del potere
veneziano in città, oggi sede della Giunta comunale, ubicato nel centro storico di Brescia,
affacciato sull’omonima piazza, la “platea
magna”, lo scorso 14 marzo si è svolto il convegno internazionale “Le vicende del confine
orientale d’Italia e l’esodo dei giuliano-dalmati. Una memoria per la nuova Europa che
sta sorgendo”. L’iniziativa è stata promossa
dal Centro mondiale per la cultura giulianodalmata (CMC) della città lombarda, con
il patrocinio del Comune di Brescia, in collaborazione con la Regione Lombardia, la
Provincia di Brescia, l’Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano, la Fondazione ASM e
la Fondazione Brescia Musei.
Si è trattato di un incontro importante, un
confronto teso a cogliere i nessi degli accadimenti storici che sconvolsero il contesto
dell’Adriatico orientale e interessarono ogni
aspetto della vita sociale. In un percorso pluridisciplinare, i relatori intervenuti hanno
ragionato sui problemi che investirono l’area
geografica dalla fine della Serenissima al secondo dopoguerra, con riferimenti anche agli
eventi più recenti. Non sono mancati i cenni
al crollo del Muro di Berlino, alla dissoluzione
dei regimi comunisti nell’Europa orientale
nonché all’implosione della Jugoslavia e
al bagno di sangue seguito alla sua disgregazione, a circa un decennio dalla morte
di Tito, leader carismatico e artefice di una
Repubblica socialista plurale in senso lato,
che con indubbia abilità seppe tenere insieme
le varie tessere di quel mosaico.
L’oblio, un delitto culturale
Si è parlato anche dell’estensione dell’Unione
europea e della prossima adesione della
Croazia, che per l’Istria significherà il primo
atto verso la scomparsa del confine e la ricomposizione di quello spazio geografico, di
fondamentale rilevanza soprattutto per la
comunità italiana. È stato un convegno di
qualità che ha, indubbiamente, raggiunto gli
obiettivi prestabiliti. Questo lodevole incontro
di studio ha presentato al pubblico, composto
anche da numerosi studenti e docenti delle
scuole medie superiori, aspetti e problemi di
terre non sempre conosciute, dando il giusto
rilievo agli stretti legami con la penisola italiana e la sua civiltà.
Nella sua introduzione, Luciano Rubessa,
presidente del CMC di Brescia ed esule da
Fiume, ha posto l’accento sul problema
della dimenticanza e della destoricizzazione,
che porta inevitabilmente all’oblio (l’ha
paragonato a un “delitto culturale”). Con
l’istituzione del Giorno del Ricordo, sempre
l’oratore, l’Italia ha rotto il silenzio su una
tragedia dimenticata e si è iniziato a parlare
delle terre abbandonate; in concomitanza
sono affiorate con maggiore evidenza anche
le tesi negazioniste e giustificazioniste. E per
Valerio Di Donato, giornalista del “Giornale
di Brescia”, moderatore dei lavori, il dibattito proposto a Brescia ha voluto essere un
CONFRONTI
ESUGLIITAL
punto di partenza, una riflessione su pagine
di storia poco conosciute. Al margine del convegno gli abbiamo posto alcune domande. Il
giornalista si interessa anche ai problemi del
confine orientale d’Italia e sull’argomento ha
pubblicato un agile e al tempo stesso stimolante volumetto intitolato “Istrianieri. Storie
di esilio” (liberedizioni, Gavardo, 2006).
Come nasce l’idea del convegno?
Direi che nasce dalla consapevolezza che è cambiato, o meglio sta cambiando, sensibilmente,
l’approccio ad un tema da sempre controverso
come la storia delle foibe e dell’esodo delle
popolazioni giuliano-dalmate alla fine della
seconda guerra mondiale. Nel 2007 l’Italia
e la Croazia, con i rispettivi presidenti della
Repubblica, litigavano sulle cause e le colpe di
quel dramma epocale. Nel 2010, i due Paesi, tre
con la Slovenia, si abbracciavano invece simbolicamente, pregando insieme sulle note del
maestro Muti per una riconciliazione duratura
fra italiani, sloveni e croati, ormai accomunati
dal medesimo destino europeo. Ecco, fra pochi
mesi anche la Croazia entrerà a pieno titolo
nell’Unione europea come 28° Stato, e ci pareva
uno spunto interessante da sviluppare quello di
una memoria collettiva “allargata”, più che
“condivisa”, da elaborare sulle tragiche vicende
del confine orientale, nella quale, attraverso il
filtro della ricerca storica, far confluire le differenti sensibilità e punti di vista esistenti.
Allargare gli sguardi per cogliere i nessi
Con questo incontro si è voluto presentare il confine orientale d’Italia e i suoi
problemi prendendo in considerazione un
arco temporale relativamente ampio. Vi è,
quindi, la consapevolezza che per cogliere
i nessi sia doveroso allargare lo sguardo?
L’analisi dei fatti e la ricerca delle cause di
una tragedia colossale, che ha investito tutte
le popolazioni di Istria, Fiume e Dalmazia,
sono state a lungo viziate da strumentali visioni di parte, tendenti ora a restringere ora
ad ampliare in modo limitato e fazioso la
prospettiva temporale. Revisionismi e negazionismi hanno inquinato per decenni le falde
della conoscenza, fermando l’attenzione al
solo periodo successivo all’8 settembre 1943,
o focalizzandola sul solo ventennio fascista e
la guerra di occupazione della Jugoslavia. La
storia che è scorsa nelle vene del Carso triestino e goriziano come nelle calli venete di
Rovigno e Pola o nella Fiume mitteleuropea
e nelle rive zaratine, affonda in realtà le sue
radici almeno nel Settecento veneziano e poi
nell’Ottocento del risveglio incrociato del sentimento nazionale sotto la cappa degli Asburgo.
Nel convegno promosso a Brescia dal CMC si
è partiti da lontano, analizzando l’evoluzione
la Voce
del popolo
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IERIFLESSIONISULL’ESODO
ALIANIDELL’ADRIATICOORIENTALE
Guido Crainz nel suo Il dolore e l’esilio, la storia lacerata del XX secolo “ci fa capire l’esigenza
e l’urgenza di un confronto reale fra le differenti memorie di un’Europa che nel Novecento
ha vissuto in modo diverso due guerre e due
dopoguerra, e ha conosciuto opposti totalitarismi”. Il lungo periodo di dominazione della
Serenissima sull’Adriatico orientale, con il suo
lascito artistico-culturale e il suo esempio di
civiltà fondata sul rispetto del plurilinguismo
e della multiculturalità, è il migliore ricordo,
o meglio il ricordo dell’italianità adriatica di
queste splendide terre.
Cercare di guardare avanti e anche «di lato»
Per evitare i luoghi comuni e per comprendere le articolate vicende della Venezia
Giulia il dialogo e il confronto sono importanti. A Brescia vi è una particolare
attenzione, che, presumiamo, è il risultato
di un’attenta riflessione. È così?
|| Kristjan Knez e Valerio Di Donato
dei rapporti tra l’elemento italiano e l’elemento
slavo in un’ottica di conoscenza e comprensione,
e non già di propaganda.
Se desideriamo comprendere l’essenza e
la complessità di quelle che generalmente
sono definite le “terre perdute” è fondamentale conoscere anche il retaggio storico del
popolo italiano presente lungo l’Adriatico
orientale nel corso dei secoli. Concordi?
Assolutamente sì. E non per nostalgiche quanto
sterili rivendicazioni di sapore nazionalistico,
ma perché negare l’humus italiano o italofono di
quella che chiamiamo Venezia Giulia, dimenti-
carne le millenarie radici latine e venete, significa
negare la storia stessa di queste terre, di composizione etnicamente mista, una secolare frontiera
fra il mondo latino, slavo e germanico, che ha
vissuto radicali trasformazioni soprattutto nel
“secolo breve” dei totalitarismi e dell’imbarbarimento dell’Europa. Il punto è che non bisogna
avere paura della conoscenza, e vorrei aggiungere conoscenza “reciproca”, perché per troppo
tempo la diffidenza e i pregiudizi, uniti a inconfessabili interessi di consenso politico, hanno
impedito che si facesse piena luce su una storia
che non parte dal 1918 o dal 1943, ma neppure
dal 1991. Come scrive giustamente lo storico
L’aver organizzato a Brescia un convegno fondato sul confronto fra le diverse culture espresse
da un’area di confine teatro di tante tragedie
ai danni ora dell’una ora dell’altra etnìa, è un
punto di merito innegabile per l’associazionismo della diaspora giuliano-dalmata nato
nella terra della Leonessa d’Italia con l’arrivo
delle prime ondate di profughi dopo il 1945.
Gli esuli bresciani avrebbero potuto limitarsi a
ricordare la “propria” tragedia, commemorare
i “propri” morti, chiudersi nel lamento – peraltro legittimo – e nel rancore per i torti subiti.
E invece, nel corso degli anni, anche qui si è
capito che bisogna guardare avanti, e anche “di
lato”, alla storia del proprio ex vicino di casa,
al futuro di una convivenza in ambito europeo,
dove la riconciliazione sarà più facile se tutte
le parti in causa saranno disposte ad accettare
una operazione-verità che non faccia sconti a
nessuno. Al convegno del 14 marzo abbiamo
assistito a uno straordinario dibattito, che mi
auguro possa essere d’esempio per chi preferisce
rimanere arroccato in una visione unilaterale
della nostra storia recente. Negazionisti in
testa.
Nel Salone Vanvitelliano abbiamo visto
anche una folta rappresentanza di studenti
e di docenti delle scuole medie superiori.
Queste iniziative come sono accolte dal
mondo della scuola?
L’attenzione del mondo scolastico è senz’altro
elevata, anche se, come altrove, circoscritta
prevalentemente al periodo a ridosso del 10 febbraio. Il lavoro di informazione e divulgazione
sviluppato in questi anni dalle rappresentanze
degli esuli è stato però recepito da un numero
sempre più elevato di istituti, oltre che da molti
Comuni della vasta provincia bresciana. Le conferenze nelle scuole rappresentano una realtà
sabato, 6 aprile 2013
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consolidata, ma il problema vero è dato dall’esiguo spazio offerto nei programmi di studio,
falcidiati dai tagli alle ore di insegnamento. Si
insegna sempre meno Storia, ed è chiaro che
una pagina solo di recente riscoperta come le
foibe e l’esodo fatichi non poco a trovare la giusta collocazione.
Tu non hai legami diretti con l’Istria, però
nutri un forte interesse per le sue vicende
storiche e hai dedicato anche un libro
all’argomento. Quando e in che modo ti
sei avvicinato a questi problemi?
Come la maggior parte degli italiani, ho scoperto la cosiddetta “questione giuliana” in età
adulta, e solo grazie al mio lavoro. Nei primi
anni Novanta, in coincidenza con il mio arrivo
al “Giornale di Brescia”, ho sviluppato un interesse crescente, quasi spasmodico, per le guerre
di secessione nella ex Jugoslavia. Cominciai, su
suggerimento anche del compianto commendator Tonci Cepich che all’epoca presiedeva
l’Anvgd di Brescia, con un viaggio (era il 1994)
nell’Istria spopolata di turisti. Qui presi contatto con le per me fino ad allora sconosciute
“comunità” della minoranza italiana e ne feci
un ampio resoconto per il giornale. L’anno
dopo finii a Belgrado, sotto embargo, per tentare di capire cosa fosse la “Grande Serbia” di
Milošević. Quindi a Sarajevo, e ancora, nuovamente, in Istria, a Pola e Rovigno. Istria per
me non era solo “Italia perduta”, ma “Balcania
allargata”. Poi, con l’istituzione del “Giorno del
Ricordo”, ho messo a frutto qualche anno di
esperienza e di conoscenze scrivendo un libro
fatto di storie di esuli, istriani, fiumani, dalmati, ma anche di italiani fuggiti dai Sudeti
occupati dall’Armata Rossa, e di un ragazzo
croato, di lontane origini friulane, che scappò
dall’orrore della guerra fra serbi e croati in
un paesino vicino al confine bosniaco. E poi,
se vogliamo dirla tutta, dentro di me palpita
l’animo inquieto del nomade, un po’ emigrante
e un po’ esule, essendo figlio di insegnanti meridionali trasferitisi in Veneto alla metà degli
anni Cinquanta. Attraverso le parabole, drammatiche ma anche umanamente magnifiche, di
tanti esuli giuliano-dalmati che ho conosciuto,
riscopro e risistemo le mie radici, la mia multiculturalità, oltre i confini della piccola patria
che mi ospita, e a cui sono grato, ma di cui
non farò mai un vessillo di esclusione dell’altro.
La manifestazione di Brescia va letta come
un chiaro segnale della volontà esistente in
una parte d’Italia di comprendere ciò che
accadde nel secondo dopoguerra, ma anche
nei periodi precedenti, per cogliere appieno
il ruolo e l’apporto del popolo italiano delle
rive orientali dell’Adriatico nel corso dei secoli nonché le relazioni esistenti nelle varie
età storiche fino alla cesura avvenuta negli
anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.
Ci sono delle ferite ancora aperte, ma è
necessario studiare l’intera vicenda, senza
omissioni, perché escludendo la discussione
non può esserci conoscenza. E comprensione
significa anche rispetto per le memorie altrui, senza le quali non è possibile ricostruire
le vicende storiche ed auspicare la convivenza reciproca.
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lalaVoce
Voce
del popolo
del popolo
sabato, 6 aprile 2013
RECENSIONE
di Emanuela Masseria
P
er accedere alla redazione di quella radio
clandestina bisognava passare attraverso
un finto armadio a muro. Sembra quasi
un particolare da giallo di “serie B”, invece il
“romanzo” in questione, quello di Roberto
Spazzali sulle vicende di Radio Venezia Giulia
è un fervido esempio di ricerca, che si richiama
a quella storia di “serie A” che viene attribuita a un certo “confine orientale”. Una parte
di questa inizia nello specifico il 3 novembre
1945, quando a Venezia si avviano le trasmissioni di questa emittente voluta dal Comitato di
Liberazione Nazionale giuliano, con il sostegno
del Ministero degli Esteri italiano. A tenerla in
piedi ci sono il conte Justo Giusti del Giardino e,
fino al 1949, un direttore d’eccezione: lo scrittore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini.
Radio Venezia Giulia, da quel momento,
prende il suo posto clandestino nella “guerra
delle radio”, quale strumento di informazione
e sostegno alle popolazioni italiane dei territori occupati dalla jugoslaiva. La redazione è a
Palazzo Tiepolo Passi, abitazione di Quarantotti
Gambini, e l’antenna emittente è posta sul campanile della chiesa di San Nicolò, al Lido. Dopo
questa fase pionieristica Radio Venezia Giulia
prosegue nella sua campagna anticomunista e
scandisce con i suoi aggiornati notiziari tutta la
storia della Venezia Giulia fino all’ottobre del
1954, venendo poi assorbita nella Rai.
Come nelle migliori spy story
Per capire le atmosfere dell’epoca e del contesto, basti dire che il clima della ricerca,
senza che ce ne sia l’intenzione da parte dello
studioso che l’ha curata, è da spy story. Gli elementi ci sono tutti: nomi in codice, personaggi
misteriosi, inseguimenti, omicidi, intrighi internazionali e documenti scomparsi. Elementi in
più che ci raccontano, pur nelle minuzie della
storiografia, un periodo realmente avventuroso, situato in un orizzonte territoriale che
potrebbe sembrare quasi mitico, oltre che sulle
ceneri di una comunità lacerata dalla guerra.
Agli esordi di questo lavoro di ricostruzione,
pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana
(collana “I leggeri”) con l’Istituto Regionale
per la Cultura Istriano-fiumano dalmata (pp.
234), c’è poi la passione per l’andare a scovare materiali che i più, in ambito accademico,
avrebbero lasciato perdere, viste le difficoltà di
reperimento delle fonti. “Tutto è partito circa
4 anni fa, riordinando l’archivio di Quarantotti
Gambini, che si ritirò a Venezia dopo il 1945.
Nelle sue carte e nei suoi carteggi – ricorda lo
storico – trovai dei riferimenti a Radio Venezia
Giulia, e non era la prima volta. Ci furono
precedenti di studio sulle radio di quel periodo e più in generale sui giornali e le radio
che facevano propaganda”. Poi, dagli anni ‘80,
Spazzali si ritrova a scrivere specificamente di
Radio Gorizia, emittente segreta nascosta sotto
le pendici delle colline che reggono il castello
della città.
Da Trieste a Roma: la difficile ricostruzione
Il suo scopo era diffondere propaganda anticomunista negli anni del Dopoguerra. Lo storico,
nemmeno poi fosse il suo destino svelare le
trame di certi particolari canali mediatici, trova
nella biblioteca dell’Istituto Regionale per la
Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste
una tesi di laurea su Radio Venezia Giulia,
da dove emerge un abbozzo di questa realtà,
rintracciabile attraverso alcune interviste ad
Alvise Quarantotti Gambini, fratello del celebre scrittore. Certo, si trattava di testimonianze
piuttosto vaghe e circostanziate, in un contesto dove lo storico inizia a misurarsi con la
necessità di scandagliare centinaia, migliaia di
articoli, testi, registrazioni.
La ricerca puntuale scatta quindi tra questi documenti, risalenti al periodo intercorso tra il
novembre del 1945 e l’estate del ‘49, negli scaffali della radio. Ma la vera svolta è nel 2010,
anno in cui Spazzali accede all’archivio della
presidenza del Consiglio dei Ministri, dove c’è
un fondo e un ufficio sulla storia delle zone di
confine che va dal 1945 alla fine degli anni ‘60.
Tale ufficio, curato inizialmente da un apposito sottosegretario, nelle sue delicate funzioni
cessò le sue attività nel 1954, per poi diventare
un archivio contenente fondamentali passaggi
della storia di regioni come la Val d’Aosta, il
confine francese, il Trentino e il Friuli Venezia
Giulia.
Le funzioni dell’emittente
In sostanza, era un organismo deputato all’italianità; qui Spazzali trova un gran numero di
fascicoli che gli permettono di ricostruire nel
dettaglio la storia dell’emittente, che si configura fin da subito in uno strumento di politica
estera, per il sostegno morale e psicologico
della popolazione della Venezia Giulia. Nel
tempo la sua azione si incentrerà su aspetti
QUI RADIOVENEZIAGIULIA
UNAVOCEPERIFRATELLI
DELCONFINEORIENTALE
specifici del territorio, anche in funzione dei
mutamenti diplomatici della vita di confine.
Una prima tappa, secondo Spazzali, è quella
che va dal novembre 1945 al settembre 1947:
una fase vacillante di trattative internazionali,
con diversi tentativi di aggirare la censura alleata e filojugoslava.
L’operato dell’emittente si forma sull’esempio di
Radio Bari, che presentava un palinsesto plurilingue (trasmetteva anche in ebraico e arabo)
e che diventa addirittura un esempio che ispira
poi la struttura della più celebre Radio Londra.
Gli Alleati, alla base, crearono la necessità di
dar vita a queste radio a causa della fitta censura della propaganda italiana. L’organizzazione
per Radio Venezia giulia fu in ogni caso efficace
fin dall’inizio. Da quel campanile di Venezia si
trasmetteva in onde medie fine a raggiungere
la Danimarca e in onde corte sul territorio locale. Questo non impediva agli angloamericani
in giro per l’Europa di intercettarla e di inviare
conseguenti noti note trascritte alla BBC, non
senza fatica. Sulle prime cercarono infatti la
redazione a Trieste, senza successo.
Responsabili e informatori
Un altro grattacapo per gli Alleati era anche la
qualità delle sue trasmissioni e relazioni, curate
dai fratelli Quarantotti Gambini, dal giornalista Ugo Milelli e appunto dal già citato conte
Justo Giusti del Giardino. Quest’ultimo aveva
alle spalle una storia particolare. Diplomatico
di carriera, partigiano fino al ‘45, una volta tor-
nato a casa, nel Dopoguerra, viene inviato dal
governo a Venezia come funzionario liquidatorio di un albergo dove c’erano altri funzionari
internati per non aver collaborato con Salò. O
almeno, in apparenza: in realtà il suo compito
era sovraintendere il territorio tra la provincia
udinese e la Venezia giulia, sulla linea controllata da pattuglie miste (la linea Egizi, per la
provincia friulana). Giusti del Giardino aveva
il delicato compito di rilasciare i lasciapassare,
ma anche un terzo mandato: quello di infiltrare
informatori nella Venezia giulia e nella provincia udinese. Da Trieste e Gorizia il compito era
fattibile, più difficile nel resto della Venezia
giulia.
Tra i suoi altri colleghi in Radio figura poi
Massimo Casini d’Aragona, sua vecchia conoscenza, che resta a sua disposizione a Trieste
e sfrutta il suo ascendente sugli ambienti
chiave che si occupano di emigrazione. Casini
interroga membri del CLN, funzionari, politici
(anche monsignor Santin), creando una solida
rete di informatori in Istria, di cui si conoscono
attualmente solo alcuni nomi, senza riuscire a
risalire alla struttura completa.
Le «antenne» in Istria
Quello che però è certo è che tutto quello che
accadeva nelle varie località istriane veniva
trascritto e diffuso sfruttando le corse dei
“vaporini”. Così venivano recapitate notizie
attraverso semplici bigliettini che finivano a
Trieste, dove un giornalista con un’apposita
radio ricetrasmittente a morse inviava i dispacci a Venezia. Dopo un po’ di tempo anche
in Istria ci si dotò delle stesse apparecchiature radio in modo da recensire, giorno per
giorno, puntuali, le varie notizie dal territorio. Inizialmente l’attività si configurava con
una riproposizione di ritagli di stampa, ma
poco dopo il ‘45, nelle “redazioni” istriane
si cominciarono a recensire manifestazioni
e eventi, come ad esempio le manovre degli
Alleati, le attività collegate al mondo dell’etnia, le varie notizie di Isola, Pirano, Pisino,
Montona che, da quanto riporta Spazzali,
erano estremamente precise. Dai suoi riscontri si ha la percezione che le informazioni
divulgate dalla radio erano di qualità superiore, “per densità delle notizie ma anche
per la densità quasi materica degli elementi
contenuti”.
Poi Spazzali presenta un quadro completamente diverso sul quale, dal suo punto di
vista di ricercatore, bisognerebbe lavorare.
L’analisi si sposta sulla ricetrasmittente di
Pola e sulla sua breve durata. Succede infatti
che il fabbricato che la ospita viene circondato dai Servizi segreti che arrestano il
marconista, due redattori e un informatore.
Nessuno darà notizia dell’accaduto, mentre
l’intero quartiere viene allertato. I quattro
arrestati riportano all’attenzione una questione delicata, basti pensare che arrivano a
Trieste, prigionieri, su una nave da guerra.
Il sospetto è che a Pola ci sia una spia
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la Voce
del popolo
sabato, 6 aprile 2013
dell’Ozna perchè il marconista trasmetteva
con codici jugoslavi. Inoltre, il capostruttura Renato Rocco, un istriano ex-alpino,
a Venezia faceva parte di un ufficio dove
si interrogavano prigioneri di guerra, ma
lavorava anche per i Servizi segreti italiani,
oltre che per gli americani. A Pola Rocco
non venne mai arrestato e probabilmente
da qui continuò a mandare informazioni
dall’Istria.
Vergarolla, la strage preannunciata?
UN VOLUME di ROBERTO
SPAZZALI RIPERCORRE LA
VICENDA DELL’EMITTENTE
«PIRATA» CHE OPERÒ A
VENEZIA, SOTTO LA DIREZIONE
DELLO SCRITTORE PIER ANTONIO
QUARANTOTTI GAMBINI, DAL
NOVEMBRE 1945 AL SETTEMBRE 1949
Altro fatto importante, in stretta connessione
con la strage di Vergarolla del 18 agosto 1946:
il 17 agosto, Radio Venezia Giulia riporta di
una straordinaria manifestazione popolare, a
Pola, parlando di un momento sereno per tutti
in una città tormentata. Nessun incidente durante quella giornata, tranne una frase di un
esponente dell’UAIS (Unione antifascista italoslovena), che a posteriori suona inquietante:
“Divertitevi, che domani piangerete i vostri
morti”. Sullo sfondo il contenzioso che prepara il campo a quella devastante esplosione:
le mine contese tra la Marina Jugoslava e il
comando britannico aveva creato una strana
situazione di stallo. Gli Jugoslavi non le avevano mai levate, le mine da quella spiaggia
destinata a insanguinarsi, anche se le
rivendicavano.
A ogni modo, chi scrisse del
temibile avvertimento era
un anonimo, in un contesto di segretezza e
circospezione. Basti
pensare che Casini
D’Aragona era il Foca
ma contemporaneamente anche il
Longhis. In tutto
questo riusciva, con
i suoi due nomi in
codice, a parlare
di sé stesso come
fosse il Longhis
che conferiva di
questo o tal’altro aspetto al
Foca e viceversa.
Casini in generale ha contatti
con sloveni, cetnici, ustascia,
domobranci. È
una personalità
nota in molti
ambienti, come
d’altronde anche
lo stesso Justi
del Giardino,
ben conosciuto
da Tito, che
ammette che la
Radio gli crea
non pochi problemi. Ma, si sa,
la storia era da
qui a cambiare in
poco tempo.
Lo scopo: irradiare
controinformazione
Dopo il trattato di
Pace, le trasmissioni
vengono interrotte
Pier Antonio
per poi essere riQuarantotti Gambini
attivate, in forma
diversa. La gestione
non è più del ministero
degli Esteri ma, dal
1947, dell’Agenzia Astra,
una delle più importanti
del secondo Dopoguerra.
L’agenzia ha sede a Trieste, sopra
il caffè Tommaseo, e conta un centinaio di
collaboratori. Gli intercettatori parlano varie
lingue europee e lavorano con un’emittente
che all’epoca era più potente dell’Ansa, producendo quotidianamente un notiziario di un
centinaio di pagine. La redazione aveva collegamenti con le redazioni di Roma e Milano
ma anche con i principali quotidiani italiani
e con alcuni network americani. La sua accezione triestina parte in seno alla Democrazia
cristiana, con lo scopo di fare controinformazione in attesa delle elezioni italiane del 18
aprile 1948.
Il suo obiettivo in prospettiva era di continare
ad irradiare controinformazione anche in caso
di vittoria del Fronte popolare. Trieste era
funzionale proprio perchè fuori dall’Italia e
contemporaneamente dentro una postazione
d’eccellezza per il monitoraggio delle attività
oltre confine. Come Astra l’agenzia lavorò
fino a fine anni ‘50, per quanto gli anni d’oro
rimangano quelli dalla fine del 1947 fino al
‘49-’50. Da quel che racconta lo storico, dopo
il 1949 non ci sono documenti delle attività
radiofoniche. Si sa, sotto il profilo secretato,
||
Ponte di onde
sottilissime
“Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto
e anniversario della redenzione di
Trieste, una voce libera parla finalmente
agli italiani della Venezia Giulia; dopo
anni di oppressione fascista, nazista e
sedicente progressista. Una trinità che
soltanto nel nome si distingue: ma che
nella sostanza e nella forma è identica.
La nostra voce è nel primo istante una
carezza affettuosa di fratelli a fratelli; di
figli a padri rimasti nel carcere jugoslavo...
dove forse lentamente si ripete per loro la
tragedia che nei campi di concentramento
europei fece morire giorno per giorno i
migliori”. Nell’impossibilità di aiutare in
altro modo i nostri concittadini rimasti
oltre confine si giocò se non altro la carta
della controinformazione, iniziava le sue
trasmissioni nel 1945, sulla frequenza di
1.380 Khz, irradiate di nascosto da un
appartamento di palazzo Tiepolo Passi, a
Venezia, Radio Venezia Giulia. Missione
dell’emittente era garantire l’informazione
e il sostegno psicologico alla popolazione
italiana della regione e in particolare a
quella residente in Istria sotto il controllo
jugoslavo. Operò sotto la direzione dello
scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini
dal novembre 1945 al settembre 1949.
Tra il 1945 e il 1949 Radio Venezia Giulia
mise in onda 3.800 trasmissioni (2600
in onde medie e 1200 in onde corte) tra
rubriche quotidiane e programmi speciali:
c’era la settimana diplomatica, la tribuna
dei partiti, la parola all’economista, il
giovedì delle lettere e delle arti, varietà,
vita sindacale e vita politica, “Istria
Nobilissima”. Dopo un breve periodo di
interruzione, riprese i programmi grazie
ad un accordo tra il governo italiano e
la Rai, che la ribattezzò Radio Venezia
III, inserendo nella programmazione la
rubrica quotidiana “Ai fratelli giuliani”, poi
diventata “L’ora della Venezia Giulia”.
Lo storico è partito dalla tesi di laurea
di Roberta Strazzaboschi, “Propaganda
e informazione radiofonica al confine
orientale. Il caso di Radio Venezia Giulia
1945-1949”, e ha setacciato gli archivi: da
quelli formidabili dell’Ufficio Zone di confine
della Presidenza del Consiglio dei ministri,
al fondo dello stesso Justo Giusti del
Giardino, conservato al Museo di guerra per
la pace Diego de Henriquez, fino all’Archivio
di Stato di Trieste e ai fondi dell’Istituto
regionale per la Storia del movimento di
liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
5
che “Aspera” era il nome in codice di Radio
Venezia Giulia.
I tempi poi cambiano e anche le sede radiofoniche. A Venezia la Radio approda
in calle degli Avvocati, proprio vicino
alla sede dei servizi segreti americani.
La trasmissione passa sotto il controllo
della Marina militare italiana, con delega a Giulio Andreotti e con l’utilizzo di
un’antenna di 70 metri. Dal ‘47 al ‘49 è la
principale fonte radiofonica anticomunista. Dopo il ‘49 il suo scopo, comprensivo
del sostegno dei “rimasti”, viene meno ma,
in considerazione della realtà politica jugoslava, la sua attività in quel periodo è
quella di facilitare l’astensionismo della
comunità italiana nel 1950. Fa notare lo
storico che “gli appelli dal 1945 al 1950
erano quelli di invitare la popolazione a
rimanere, in modo da avere una massa critica per trattare con la Jugoslavia”.
Un «fastidio» chiamato Radio Capodistria
Intanto era nata Radio Capodistria, con una
frequenza molto vicina a Radio Trieste, quindi
particolarmente fastidiosa. Pierdomenico
Colosimo, primo direttore di questa emittente, era italiano (il Peter Colosimo che
negli anni successivi conquistò un
Premio Bancarella con una sua
opera di “fantarcheologia”).
Radio Venezia Giulia si
trova a doversi confrontare in breve con un
appeal diverso, fatto
di musica leggera e
altre divertenti leggerezze, che mal si
confrontano con
le sue canzoni
popolari e le sue
tematiche culturalmente più
“classiche”. È questo il momento in
cui si pensa che
Radio Venezia
Giulia possa passare alla Rai,
tramite una convenzione con
Astra. Il nome
viene cambiato
in Rai Venezia tre
e la trasmissione
principale è sui
“fratelli giuliani”
per quanto la sua
funzione sia ora
diretta anche agli
esuli dei campi
profughi siti sulla
dorsale adriatica
e tirrenica.
Un periodo che rimane misterioso
Dal 1953 c’è il
programma “L’ora
della
Venezia
Giulia” e sempre
in quell’anno, la
Rai rimpolpa la redazione con vari
personaggi, alcuni dal
passato torbido e antititoista. Andreotti a quel
punto cambia registro e
considera di poter controbattere ormai apertamente
Tito con il suo ufficio propaganda, che viene ben ascoltato
in Jugoslavia. Nel 1954, la questione è chiusa, senza che ci sia una riga
di questa radio nella storia della Rai e senza
che nessuno abbia mai detto nulla sulle attività dei suoi dipendenti. Quindi il ruolo della
Radio in questo ultimo periodo rimane misterioso.
Le carte reperite raccontano della presenza
di nomi importanti del giornalismo. Alcuni
di loro, come Vittorio Orefice, fecero carriera nel mondo dell’informazione italiana.
Rimangono però vive delle ipotesi su certi
aspetti non chiari della strutturazione della
Radio. “Potrebbe essere stato un tentativo di
creazione di una prima base di “resistenza
passiva” che sarebbe potuta essere attivata
in fase critica”, afferma Spazzali, ricordando
che “parliamo del 1946, dove su 110mila i
profughi 60mila erano militari, pronti a intervenire” e del 1947, “quando 3mila sloveni
si presentano a Gorizia dicendo che volevano
risiedere in Italia”. Su queste ed altre vicende
oggi è disponibile all’IRCI del materiale finalmente digitalizzato, che può essere affrontato,
come conclude Spazzali, “non in chiave pregiudiziale ma sperimentale” e con tanta, tanta
buona volontà.
6
sabato, 6 aprile 2013
ANNIVERSARI
M
emphis, 4 aprile del 1968: un
minuto dopo le 18, uno sparo
squarcia la sera sopra il secondo
piano del motel “Lorraine”. Martin
Luther King, attivista e Premio Nobel per
la pace, cade a terra senza vita, colpito
alla testa da un proiettile sparato da un
fucile di precisione. Viene soccorso fra gli
altri anche da Marrell McCullough, un
agente di polizia che cercò inutilmente di
tamponare la ferita. Ad uccidere il leader
afroamericano un proiettile calibro 3006. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, i
medici constatano un irreparabile danno
cerebrale, la sua morte vienne annunciata
alle 19,05 del 4 aprile 1968.
Martin Luther King giunge a Memphis il
giorno prima, dopo che il suo volo viene
ritardato per un allarme bomba. Martin
Luther King è a Memphis per partecipare
ad una marcia in favore degli spazzini
della città (bianchi e neri), che erano
in sciopero. Dopo la marcia rientra al
Lorraine Motel sito a Mulberry Street
di proprietà di Walter Bailey. Nella sua
stanza, la 306, situata al secondo piano,
assieme ai suoi collaboratori (tra cui
il reverendo Ralph Abernathy e Jesse
Jackson) cerca di organizzare un nuovo
corteo per uno dei giorni successivi. Cena a
casa del reverendo Samuel B. Kyles, e alle
17,30 giunge al motel chiedendo al pastore
di seguirlo. Salomon Jones, l’autista di
King gli consigliò, visto il freddo, di coprirsi
con un cappotto.
Parla al musicista Ben Branch, che avrebbe
poi suonato quella sera ad un incontro
locale in una chiesa dove era programmato
un incontro. King gli chiese di intonare
il suo inno preferito Take my hand, my
precious Lord (prendimi per mano, mio
prezioso Signore), poi intonato davvero
dalla celebre Mahalia Jackson, cara amica
di King, nel corso dei suoi funerali.
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la Voce
del popolo
A cura di Fabio Sfiligoi
MLK
UNANGELODAL
«PARADISONERO»
Sviluppi
Il presidente Lyndon B. Johnson chiede
al popolo di non cedere alla violenza, la
stessa che aveva ucciso King, ma in più
di 120 città si registrarono atti violenti
quali incendi e saccheggi. Dichiara il 7
aprile come giorno di lutto nazionale
in onore del leader per i diritti civili,
al funerale in sua vece era presente il
vicepresidente Hubert Humphrey. Su
richiesta della vedova Coretta King al
funerale del marito, del 9 aprile, fu letto
l’ultimo sermone che il defunto aveva
pronunciato il 4 febbraio di quell’anno.
Nel sermone King chiede che il funerale
si svolgesse con grande semplicità: la sua
bara, così, viene trascinata da un carro
con due asinelli della Georgia, come
espressamente richiesto quando era ancora
in vita. Poco tempo dopo la morte di King
la città di Memphis, che vide un corteo di
42.000 persone sfilare accetta le richieste
degli spazzini neri, che interrompono lo
sciopero.
Il killer viene arrestato a Londra circa due
mesi più tardi, si chiama James Earl Ray,
ma rivelò che non era stato lui l’uccisore
di King; anzi, sosteneva di sapere chi
fosse il vero colpevole. Nome che non
poté mai fare perché muore dopo esser
stato accoltellato la notte seguente nella
cella in cui era rinchiuso. Ancora oggi il
mistero della morte dell’indimenticabile
leader nero rimane insoluto. Gli atti
dell’indagine sull’assassinio di Martin
Luther King jr sono secretati fino al 2002
dall’amministrazione americana. Alcuni
testimoni confermarono come il colpo
provenisse da un luogo diverso da quello
in cui si trovava Ray.
Venne accertato che lo sparo proveniva
dalla stanza 5b della pensione Bessie
Brower. L’arma del delitto, è un fucile
Remington con mirino telescopico,
abbandonato sul marciapiede di fronte ad
un negozio, vicino al luogo del delitto, con
le impronte digitali di Ray sopra di essa.
Pochi mesi dopo MLK, il 6 giugno 1968,
a Los Angeles, viene ucciso anche Robert
Kennedy, candidato alle presidenziali.
Pari diritti per tutti la scelta di fondo
Esistevano all’epoca in America fontanelle
pubbliche separate per bianchi e neri. A
teatro, le balconate erano altrettanto divise
e così i posti negli autobus pubblici (il caso
di Rosa Parks di cui abbiamo già trattato).
La lotta per cambiare queste condizioni e
guadagnare la parità dei diritti di fronte
alla legge per i cittadini di qualsiasi razza
è stata la scelta di fondo della breve vita di
Sono passati
45 anni
dalla morte di
Martin Luther King,
attivista e nobel
per la pace
Martin Luther King.
Pacifista convinto e grande uomo del
Novecento, Martin Luther King Jr. nasce
il 15 gennaio 1929 ad Atlanta (Georgia),
nel Profondo sud degli States. Suo padre
era un predicatore della chiesa battista
e sua madre una maestra. I King vivono
nella Auburn Avenue, soprannominata il
Paradiso Nero, dove risiedono i borghesi
del ghetto, gli “eletti della razza inferiore”,
per dirla con un’espressione paradossale
in voga al tempo. Nel 1948 Martin si
trasferisce a Chester (Pennsylvania) dove
studia teologia e vince una borsa di studio
|| Rosa Parks, a destra, baciata dalla moglie di MLK Coretta Scott King
che gli consente di conseguire il dottorato
di filosofia a Boston.
A 50 anni da: «Io ho un sogno…»
Qui conosce Coretta Scott, che sposa nel
’53. A partire da quell’anno, è pastore della
Chiesa battista a Montgomery (Alabama).
Nel periodo ’55-’60, invece, è l’ispiratore e
l’organizzatore delle iniziative per il diritto
di voto ai neri e per la parità nei diritti
civili e sociali, oltre che per l’abolizione, su
un piano più generale, delle forme legali
di discriminazione ancora attive negli Stati
Uniti.
Nel 1957 fonda la “Southern Christian
Leadership Conference” (Sclc), un
movimento che si batte per i diritti di
tutte le minoranze e che si fonda su ferrei
precetti legati alla non-violenza di stampo
gandhiano, suggerendo la nozione di
resistenza passiva. Per citare una frase di
un suo discorso: “...siamo stanchi di essere
segregati e umiliati. Non abbiamo altra
scelta che la protesta. Il nostro metodo
sarà quello della persuasione, non della
coercizione... Se protesterete con coraggio,
ma anche con dignità e con amore
cristiano, nel futuro gli storici dovranno
dire: laggiù viveva un grande popolo, un
popolo nero, che iniettò nuovo significato e
dignità nelle vene della civiltà.”. Il culmine
del movimento si ha il 28 agosto 1963 (50
anni fa) durante la marcia su Washington
quando King pronunci a il suo discorso
più famoso “I have a dream....” (“Ho un
sogno”). Nel 1964 riceve ad Oslo il premio
Nobel per la pace. Durante gli anni della
lotta, King viene più volte arrestato e
molte manifestazioni da lui organizzate
finiscono con violenze e arresti di massa;
egli continua a predicare la non violenza
pur subendo minacce e attentati.
“Noi sfidiamo la vostra capacità di farci
soffrire con la nostra capacità di sopportare
le sofferenze. Metteteci in prigione, e noi
vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle
nostre case e minacciate i nostri figli, e
noi vi ameremo ancora Mandate i vostri
incappucciati sicari nelle nostre case nell’
ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci
mezzi morti, e noi vi ameremo ancora.
Fateci quello che volete e noi continueremo
ad amarvi. Ma siate sicuri che vi vinceremo
con la nostra capacità di soffrire. Un giorno
noi conquisteremo la libertà, ma non solo
per noi stessi: faremo talmente appello alla
vostra coscienza e al vostro cuore che alla
fine conquisteremo anche voi, e la nostra
vittoria sarà piena”.
Nel 1966 si trasferisce a Chicago e
modifica parte della sua impostazione
politica: si dichiara contrario alla guerra
del Vietnam e si astiene dal condannare le
violenze delle organizzazioni estremiste,
denunciando le condizioni di miseria
e degrado dei ghetti delle metropoli,
entrando così direttamente in conflitto con
la Casa Bianca.
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la Voce
del popolo
PILLOLE
sabato, 6 aprile 2013
di Carla Rotta
7
Donne dell’aviazione
sovietica della II
Guerra mondiale:
combatterono
i nazifascisti
inquadrate nel 587°
e nel 588° reggimento
da bombardamento
notturno
LESTREGHEDELLANOTTE
«N
ell’estate 1942 nessuno degli
eserciti della coalizione
nazifascista sapeva ancora
che a rispondere alla tempesta di fuoco
da essi scatenata sulla pianura del Don
vi fossero anche celebri eroine dell’aria,
studentesse e operaie patite del volo.
Nessuno le aveva obbligate a combattere
a bordo di un aereo, furono loro stesse
a chiederlo” (M. Rossi, Le streghe
della notte”, ed. Unicopli). “Non ci
capacitiamo del fatto che i piloti sovietici
che ci stanno dando i più grossi problemi
siano donne. Non temono nulla, vengono
di notte a tormentarci con i loro obsoleti
biplani e non ci fanno chiudere occhio
per molte notti”. La nota del settembre
1942 porta la firma del capitano tedesco
Johannes Steinhoff, che per le donne
pilota del 587.esimo e del 588.esimo
Reggimento coniò l’epiteto Nachthexen,
“Streghe della notte”.
Il soprannome, a dirla tutta, faceva
riferimento soprattutto alle donne
con le ali del 588.esimo Reggimento
Bombardamento Notturno, più tardi
ribattezzato col titolo onorifico di
46.esimo Reggimento Guardie di Taman
di Bombardamento Leggero Notturno,
reggimento di combattimento composto
di sole donne formato su iniziativa di
Marina Raskova e condotto dal maggiore
Evdokija Davidovna Beršanskaja. Le
Streghe allargarono le ali per le missioni
di bombardamento e di disturbo dal
1942 fino alla fine della guerra. Che
non avrebbero dato respiro lo si era
capito fin da subito, e lo dimostra
il fatto che i piloti della Luftwaffe e
Steinhoff le bollarono subito con un
epiteto comprensivo di timore e rispetto
militare.
Nel momento di massima dimensione,
il 588.esimo era composto da 40
equipaggi di due piloti ciascuno. Gli
equipaggi affrontarono oltre 23.672
missioni e sganciarono circa 3.000 t di
bombe. Questa fu l’unità dell’Aviazione
Sovietica più decorata: ognuno dei piloti
ancora in vita alla fine della guerra
aveva effettuato più di 1.000 missioni,
ventitré avevano ricevuto la Stella
d’oro di eroe dell’Unione Sovietica. Il
reggimento perse trentuno membri in
combattimento.
Era dotato di biplani Polikarpov Po-2 in
legno e tela. L’aereo originariamente era
destinato all’uso per l’addestramento
e per l’irrigazione dei raccolti. Poteva
portare un massimo di due bombe alla
volta, quindi si rendevano necessarie
più missioni in una notte. Ci tormentano
con i loro obsoleti biplani... così aveva
scritto Steinhoff, e davvero l’areo era
obsoleto, lento, ma eccezionalmente
manovrabile. Il loro valore stava però
anche nei piloti: arditi e motivati, in
grado di sfuggire agli aerei e ai piloti
tedeschi che difficilmente riuscivano ad
abbatterli.
La guerra si abbatté sulla Russia con una
potenza e una possenza incredibili. Stalin
sottovalutò non solo la minaccia tedesca,
ma anche i mille avvertimenti – non
dicerie, congetture e “si dice” ma reali
avvertimenti, prove di spie e sostenitori
–, così che 146 divisioni dell’esercito
tedesco, 14 divisioni rumene, reparti
finlandesi, 2mila aerei e 3.350 carri
armati diedero vita all’Operazione
Barbarossa. La Russia viveva una
giornata normale e venne scaraventata
nel caso. Ma nonostante tutto, non fu
una guerra né facile né veloce. Alla
risposta dei vertici alle armi, fece seguito
quella della popolazione alla chiamata
di Stalin (al suo “rientro”) pochi giorni
dopo: “Compagni, Cittadini e sorelle.
Combattenti dell’esercito e della flotta,
mi rivolgo a voi, amici miei.” Rispose
tutta la popolazione. Città e campagna.
Uomini e donne. Tutto diventò macchina
di guerra.
|| Lidija LItvyak, Yekaterina Vasylievna Budanova, Maria M. Kuznetsova
Donne in armi e con le ali
Risposero alla chiamata alla difesa della
patria milioni di donne. Presero le armi,
vennero impiegate come infermiere,
dimenticarono i loro sogni, lasciarono i
loro impegni. Tra esse Marina Raskova,
che non ebbe subito un incarico al
fronte, ma si unì al Comitato di Difesa
del popolo e si rese conto che migliaia
di donne pilota volevano un incarico
operativo nell’aviazione sovietica. Si
trattava di donne che avevano avuto
esperienze di volo in tanti aeroclub.
La Raskova non perse tempo: usò la
sua notorietà per arrivare agli alti
comandi militari dove espose il suo
piano: formare un reggimento aereo
composto da donne. Alla Raskova non
si poteva dire di no. Alla sua chiamata
risposero migliaia di volontarie e lei
ne selezionò personalmente 1.000,
raccolte nel 122.esimo Gruppo Aereo
che lei stessa comandava. Il gruppo
interamente femminile dai meccanici ai
piloti ebbe ad Engels, sul Volga, un ciclo
di addestramento intensivo.
Il 122.esimo Gruppo Aereo, viste le sue
dimensioni, venne diviso in tre unità
più piccole: nacque il 587.esimo BAP
(Reggimento da bombardamento in
picchiata, il cui velivolo di elezione fu il
Petljakov PE-2), il 588.esimo NBAP (588.
esimo Reggimento da Bombardamento
Notturno, che aveva base nei pressi di
Stalingrado. Ebbe il battesimo del fuoco
l’8 giugno 1942, in un raid contro contro
il quartier generale di una divisione
tedesca. Nella missione, compiuta
con successo, si ebbe la perdita di un
solo velivolo) e il 586 IAP (586.esimo
reggimento caccia. In esso militarono
Ekaterina Budanova e Lidija Litvyak. Gli
aerei in dotazione erano i Yak-1).
Strategia volante
La madre delle “Streghe”, Marina
Raskova, fu anche grande stratega:
alla difesa tedesca di uno uno stormo
di caccia per intercettare gli aerei
sovietici, rispose con il volo radente fino
a raggiungere l’obiettivo, il sollevamento
in quota e la definitiva picchiata sul
bersaglio quando il nemico non sarebbe
più potuto intervenire. Un’altra tecnica
da lei adottata era quella del volo in
pattuglie di tre aerei per gruppo: i due
più avanzati distoglievano l’attenzione
dei fari tedeschi, il terzo puntava
l’obiettivo. Ma siccome ogni strategia
necessita dell’elemento sorpresa, che non
è merce infinita, aveva messo a punto
anche l’avvicinamento alle postazioni
nemiche ad alta quota e il successivo
abbassamento (con il motore al minimo
per evitare rumori) per sganciare le
bombe quando nessuno si era nemmeno
accorto del pericolo che arrivava dal
cielo. La Raskova e le sue Streghe,
quindi, con il loro ardimento sopperirono
alle non eccelse caratteristiche degli
aerei.
Nel novembre 1942 Marina Raskova
prese il comando anche del 587.esimo
Stormo bombardieri in picchiata e
dei suoi Petljakov PE-2. Fu proprio ai
comandi di un PE-2 che la coraggiosa
Strega morì, appena trentenne. mentre
si Nel novembre 1942 Marina Raskova
prese il comando anche del 587.esimo
Stormo bombardieri in picchiata,
composto di bimotori Petljakov PE-2.
Fu ai comandi di uno di tali mezzi che
essa trovò la morte a soli trent’anni. Il 4
gennaio 1943 la pattuglia di tre aerei che
comandava si schiantò contro le scogliere
che costeggiano il Volga, nei pressi di
Saratov. La pattuglia sfidava la bufera
di neve per colare in aiuto alle squadre
aeree a Stalingrado. L’equipaggio
(nessuno si salvò) venne sepolto in una
fossa comune, Marina Raskova ebbe
funerali di Stato e poi venne inumata
nel muro del Cremlino. Pochi mesi più
tardi la sua Unità venne ribattezzata
125.esimo Stormo Cacciabombardieri in
picchiata “Marina M. Raskova”.
Ci sembra doveroso citare le altre
comandanti del 588.esimo: Evdokija
Davidovna Beršanskaja (Comandante di
reggimento), Jevgeniya Žigulenko (Eroe
dell’Unione Sovietica - Comandante
di volo), Tatyana Makarova (Eroe
dell’Unione Sovietica - Comandante di
volo), Nina Ulyanenko (Eroe dell’Unione
Sovietica - Navigatrice). Ma ci sono
altri, tanti nomi: Polina Osipenko,
Valentina Grizodubova, Nataša Meklin,
Ira Sebrova, Evdokija Beršanskaja,
Galja Burdina, Valerija Chomjakova,
Valja Lusicyna, Tamara Pamjatnik,
Jevgenija Rudneva, Aleksandra Akimova
Fjodorovna, Dusja Nosal, Rajsa Aronova,
Magiba Syrtlanova, Aleksandra
Makunina Aleksandrovna... e l’elenco di
queste eroiche donne (piloti, navigatrici,
meccaniche...) si fa lungo.
8
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sabato, 6 aprile 2013
INTERVISTA
C
la Voce
del popolo
di Marin Rogić
UNGIOVANE
EPROMETTENTE
ARCHEOLOGO
he le varie Comunità degli Italiani
in Croazia e Slovenia “sfornino” di
contino giovani di grande talento in
campi diversi, che vanno dalla musica alla
recitazione, dalla letteratura alla poesia,
è cosa nota e risaputa. Ma che queste
stesse abbiano dato i natali a giovani che,
attualmente sono alcuni tra i più importanti
archeologi della nuova generazione in
Croazia, beh, questo cosa direi che è meno
nota ai più. Studiare archeologia in un
mondo dominato dalle nuove tecnologie
digitali, vivendo in un’epoca che tende a
dimenticare le scienze umanistiche e il
passato, che tende a omologare le diverse
culture, che distrugge muri millenari per
fare spazio a facciate che impersonano il
modernismo, un modernismo che molto
spesso è difficile da comprendere, è una
scelta troppo spesso azzardata.
Vi siete mai chiesti
che cosa rappresenti
l’archeologia oggi e
quale è il suo ruolo
nel 2013? Stando
alle ultime statistiche
sono sempre meno
i giovani che
intraprendono studi
storico-archeologici.
Da questo punto di
vista il connazionale
Mario Zaccaria
rappresenta
un’eccezione.
Laureato a pieni
voti alla Facoltà di
Lettere e Filosofia,
dipartimento Beni
Culturali – curricula
Archeologia di Udine,
nonostante la giovane
età (29 anni) ha già
alle spalle importanti
successi, a partire dalla
tesi di laurea “Claustra
Alpium Iuliarum.
Il Limes liburnico
tra fonti, indagini e
ricognizione”, con
la quale ha attirato l’attenzione di molti
esperti del settore, sia nel Bel Paese sia in
Slovenia e Croazia.
una volta, con il filo e la porta. Grazie
a questa “impresa”, mio padre mi ha
premiato portandomi al cinema a vedere il
film d’avventura “I Goonies”, che all’epoca
riscosse un enorme successo tra i ragazzini.
Le avventure dei protagonisti mi spinsero a
volermi immedesimare nei loro personaggi;
anche io volevo vivere le loro avventure,
scoprire, esplorare, luoghi e ambienti
nuovi, così incominciai ad interessarmi
all’affascinante mondo dell’archeologia. Poi
dopo le scuole superiori, volevo intraprendere
una carriera accademica dove lo studio della
storia sarebbe stata la materia principale,
anche perché era l’unica materia con la quale
passavo a pieni voti alle superiori (ride, ndr).
E cosi ho preso la strada per Udine, che mi ha
portato a diventare archeologo di professione.
Quanto durano e come sono strutturati
i studi per diventare archeologo?
Mario Zaccaria,
premiato dalla
Città per le sue
ricerche sul Limes
liburnico
Da bambini di solito si vuole fare l’attore,
il pompiere, la ballerina, il cantante,
il calciatore. Te già da piccolo hai
incominciato a dedicarti all’archeologia.
Come è nata questa passione?
Tutto è incominciato a sette anni, quando
stavo perdendo l’ultimo dente da latte. Lo
cavai, alla vecchia maniera, come si faceva
la Voce
del popolo
Anno 9 /n. 72 / sabato, 6 aprile 2013
IN PIÙ Supplementi è a cura di Errol Superina
[email protected]
Edizione
Progetto editoriale
Caporedattore responsabile
Errol Superina
Redattore esecutivo
Ilaria Rocchi
Impaginazione
Borna Giljević
STORIA
Silvio Forza
Collaboratori
Italo Dapiran, Kristjan Knez, Emanuela Masseria, Ivan Pavlov, Marin Rogić,
Carla Rotta, Fabio Sfiligoi
Foto
Rolando Giambelli, Ivor Hreljanović e archivio
Per prima cosa ho
portato a termine gli
studi triennali alla
Facoltà di Lettere e
Filosofia all’Università
di Udine, sezione per
la Conservazione dei
Beni Culturali, curricula
Archeologia. Poi ho fatto i
due anni della specialistica
in “Archeologia” e mi
sono poi laureato con
la tesi “Claustra Alpium
Iuliarum. Il Limes
liburnico tra fonti,
indagini e ricognizione”
con la dott. Marina
Rubinich.
A proposito di questa
tesi. Ha riscosso molto
successo negli ambienti
accademici italiani
della Venezia Giulia,
che si sono dimostrati
molto interessati
all’argomento. In
Slovenia altrettanto,
dove sei stato sei mesi
sul campo. Spiegaci che
cosa è il Claustra Alpium Iuliarum?
Si tratta di un sistema di difesa di chiuse
tardo-antico che va da Fiume arriva a Bohinj
in Slovenia e molto probabilmente prosegue
fino a Cividale del Friuli e finisce a Rattendorf
in Austria. Per 150 anni, dall’imperatore
Galieno fino a Teodosio il Grande, ha difeso
l’accesso al cuore dell’Impero Romano,
l’Italia. L’espressione ‘claustra’ indica sia una
struttura fortificata su un terreno irregolare
ideata per respingere il nemico, sia l’intera
linea difensiva. I Claustra Alpium Iuliarum,
in particolare sono un sistema di fortificazioni
e sbarramenti posti a protezione di quelle
valli situate tra Slovenia e Croazia (e, in
misura minore anche in Italia e in Austria)
in cui correvano le vie di comunicazione più
facili da percorrere per entrare in Italia in
caso di sfondamento del limes danubiano,
come accadde ad esempio nel 169/170 d.C.,
durante le guerre marcomannico-sarmatiche,
quando gli invasori hanno tenuto sotto
assedio per vari mesi Aquileia e distrussero
Opitergium. I claustra, insieme ai propri
antecedenti, e cioè le fortificazioni che
seguivano l’espansione romana per assicurare
i valichi montani e la città di Aquileia contro
|| Mario Zaccaria davanti all’Arco romano
le popolazioni celtiche, Carni, Giapidi e Histri,
prima e, la Praetentura Italiae et Alpium
poi, furono delle risposte escogitate per poter
tenere sotto controllo le vie di comunicazione,
che attraverso le Alpi, portavano in Italia.
Specialmente per controllare quel territorio
economicamente fondamentale, crocevia della
cosiddetta „via dell’ambra“ e dei traffici verso
il Noricco (l’attuale Austria) e oltre.
Scoprire la città che dorme sotto le pietre
Fiume e l’archeologia..
Facendo ricognizione ho potuto ben capire
quanto difficile doveva essere, all’epoca,
creare un sistema tanto complesso perché
non si tratta solamente di mura ma di tutta
una serie di preparazioni prima, durante e
dopo che dovevano costantemente rifornire
con armi, viveri e uomini un’opera imponente
come questa. Un’opera che reca in sé un
potenziale, che come il Vallo Adriano, il
Vallo Antonino, il limes danubiano, che gli
Ungheresi si apprestano a valorizzare insieme
agli Slovacchi, aspetta di essere riconosciuto
da punto di vista culturale, ambientale e
turistico per il benessere di questa zona di
frontiera. Con il fine ultimo, magari, di
essere incluso nella lista come Patrimonio
dell’Umanità dell’Unesco.
Fiume è una città nella quale l’archeologia
non è mai stata un facile comprimario. I
resti dell’antichità hanno sempre costituito
l’ingombrante presenza con la quale fare,
per certi versi, i conti. In passato la scoperta
di strutture anche imponenti, nel corso di
lavori di pubblica utilità, non è diventato
motivo sufficiente per mutare il progetto
iniziale. Quasi mai. La burocrazia tende a
soffocare tutti i buoni intenti di conservazione
del territorio. Da tempo si discute della
creazione di un parco archeologico e della
ristrutturazione della basilica paleocristiana
vicino alle terme e qualcosa comunque
sta cambiando. Secondo la Strategia dello
sviluppo culturale della città di Fiume
del periodo 2013-2020, il patrimonio
archeologico dovrebbe avere un posto di
spicco. Speriamo bene. La Città Vecchia è
scomparsa, è inutile chiamarla Città Vecchia,
quando di ‘vecchio’ è rimasto quasi poco o
nulla. In nome del progresso si sono abbattuti
tanti monumenti e case storiche. Adesso
siamo arrivati al punto di dovere salvare il
salvabile.
Ricerche sul generale Italo Gariboldi
Cosa nasconde il sottosuolo fiumano?
Cosa hai scoperto sondando il terreno?
Dove possiamo trovare i resti del Limes?
Subito vicino al Centro “Kalvarija” (ex clivio
Buonarotti) e su Santa Catarina, ma sono solo,
purtroppo, piccoli frammenti, piccole tracce del
Limes originale. Una volta era un muro alto e
spesso che si può vedere ancora nelle grafiche di
Johann Weichard Valvasor, che tracciò nel 17
secolo con esattezza tutto il percorso del Limes.
E il Limes ti ha portato a vincere un premio.
Sì, ho ricevuto un premio in denaro dal
Dipartimento della Cultura cittadino.
Si tratta di dotazioni finanziarie che mi
agevoleranno nel mio viaggio all’Istituto
Geografico Militare di Firenze, nel quale
mi fermerò per un periodo per studiare
e trovare informazioni sul generale Italo
Gariboldi che, nel 1921, doveva constatare
le frontiere tra lo Stato di Fiume e l’Italia
e poi tra il Regno di Italia e il Regno Serbo
Croato Sloveno. Voglio vedere quali dei tratti
esplorati da lui combaciano con le mura
tardo-antiche.
L’Antica Tarsatica “dorme”sotto Fiume! Era
un centro militare di prima classe, ma era
anche un emporio Liburnico. Qui ci sarebbero
tante e tante cose che potrebbero ‘resuscitare’
però bisognerebbe dirla basta con le parole e
passare ai fatti.
Oltre al Limes, progetti futuri?
Incomincerò a scavare vicino a Bersezio dove
ci dovrebbero essere i resti di un castelliere
dove vivevano i Liburni, antichi navigatori
e pirati. Poi mi sto attivando per presentare
in Europa il progetto Claustra Alpium
Iuliarum, in modo da farlo diventare uno
dei monumenti culturali e storici europei, in
via di essere distrutto dalla vegetazione, che
necessitano urgente attenzione. Con un’altra
associazione, “Žmergo” di Abbazia stiamo
collaborando per concorrere al ricevimento
di fondi europei destinati alla cultura e al
mantenimento del territorio istro-quarnerino,
come associazione siamo più agili perché non
ci mettiamo i bastoni tra le ruote con la solita
burocrazia.

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